by Steve H. Hanke
April 9, 2003
Steve H. Hanke is Professor of Applied Economics at The Johns Hopkins University in Baltimore and a Senior Fellow of the Cato Institute in Washington, D.C.
L'AMMINISTRAZIONE Bush prende in considerazione l'ipotesi di rivedere da cima a fondo la società irachena nel giro di un anno a partire dalla fine della guerra. Ma non è la sola: anche diversi gruppi di iracheni espatriati hanno le loro idee su come ricostruire l'Iraq. Un punto comune a tutte queste «liste del bucato» è l'impegno a garantire una valuta stabile. Che cosa esattamente intendano fare con la valuta tutti quegli esperti con grandi idee sulla ricostruzione dell'Iraq, resta però un mistero. Per avere successo, un piano di riforma valutaria deve ispirarsi alla storia dell'Iraq, essere tecnicamente ben congegnato e pronto prima che la guerra finisca, in modo da essere messo in atto subito dopo l'armistizio. L'Iraq ha creato una Banca centrale il 16 novembre 1947, e storicamente questa Banca centrale ha sempre prodotto una moneta instabile e inaffidabile. Attualmente il tasso annuo d'inflazione del Paese è di circa il 100 per cento. Da quando Saddam Hussein è arrivato al potere - 1979 - il dinaro iracheno è crollato. Nel 1979 valeva 3.39 dollari. Oggi il cambio ufficiale - riservato soltanto a Saddam Hussein e ai suoi accoliti - è di 3.22 dollari per un dinaro, cioè sempre lo stesso tasso dal 1982. Si dice che il cambio al mercato nero sia invece di 2.700 dinari per un dollaro, quasi 9.000 volte più basso del tasso ufficiale e 400 volte più basso di quanto non fosse alla fine della Guerra del Golfo. Attività della banca centrale e moneta instabile non sono sempre state la norma in Iraq. Un secolo fa, quello che oggi è l'Iraq faceva parte dell'impero ottomano. La valuta ufficiale dell'impero era la piastra, ma la moneta più diffusa era la rupia indiana, legata alla lira sterlina. Dopo che il territorio, nel 1916, fu conquistato dalle forze britanniche e staccato dall'impero ottomano, gli inglesi scelsero come moneta ufficiale la rupia indiana e ritirarono la piastra ottomana. L'Iraq venne così ufficialmente «dollarizzato». Dopo anni di tumulti e agitazioni da parte della popolazione, nell'ottobre 1932 la Gran Bretagna concesse all'Iraq l'indipendenza. Come parte dei preparativi per l'autodeterminazione, nell'aprile 1932 entrò in funzione il Comitato monetario per la valuta irachena, che battè il dinaro iracheno, con valore pari alla lira sterlina britannica, e lo sostenne con massicce riserve di sterlina, mantenendo un rapporto di cambio fisso un dinaro-una sterlina. Il Comitato operò senza problemi fino al 1947, quando fu sostituito da una Banca centrale. Una riforma monetaria per l'Iraq deve escludere una Banca centrale. La storia dell'Iraq suggerisce due alternative migliori. Entrambe garantirebbero all'Iraq una moneta stabile. La prima opzione richiederebbe il ritorno a un sistema di comitato monetario ortodosso. Progettare per l'Iraq un comitato monetario ortodosso significa scardinare il modello utilizzato dal Fondo monetario internazionale in Argentina, Estonia, Lituania e Bulgaria. Tutti questi sistemi trapiantano le caratteristiche dell'attività bancaria centrale nel modello di comitato monetario ortodosso. Però, come insegna l'esempio dell'Argentina, mettere insieme elementi così disparati può creare una miscela esplosiva. Idealmente, la legislazione per un comitato monetario iracheno dovrebbe seguire il modello dei comitati monetari classici britannici. Il comitato monetario della Bosnia e dell'Erzegovina, al quale il Trattato di Dayton-Parigi del 1995 ha affidato il mandato di gestire la moneta, è una stretta approssimazione di un tale sistema ortodosso. L'altra possibilità sarebbe quella di «dollarizzare» il Paese. L'Iraq del dopoguerra potrebbe usare l'euro esattamente come un tempo utilizzò la rupia indiana. L'euro ha un'accettazione internazionale, che nell'attuale contesto potrebbe rappresentare un buon vantaggio politico. Negli ultimi anni parecchi altri Paesi hanno sostituito la loro moneta locale con una straniera: Ecuador, El Salvador e Timor Est hanno optato per il dollaro, Montenegro e Kosovo per l'euro. Anche per Paesi in circostanze economiche difficili non ci sono significativi ostacoli tecnici che impediscano di prendere la strada che porta ad abbandonare una valuta interna e a sostituirla con una straniera.
This article originally appeared in La Stampa on April 9, 2003.