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La vittoria militare non porterà un boom

by Steve H. Hanke

March 29, 2003

Steve H. Hanke is Professor of Applied Economics at The Johns Hopkins University in Baltimore and a Senior Fellow of the Cato Institute in Washington, D.C.

Hanke: insicurezza sempre maggiore e l´economia non si risolleverà corrispondente da NEW YORK CHI pensa che la vittoria militare porterà il boom si sbaglia, andiamo incontro a maggiore insicurezza e l'economia resterà assai debole». E' pessimista Steve Hanke, condirettore dell'Istituto di Economia Applicata della Johns Hopkins University di Baltimora e già nome di punta del consiglio economico della Casa Bianca ai tempi dell'amministrazione di Ronald Reagan.

Quale impatto si attende dall'operazione «Libertà per l'Iraq» sull'economia?

Al contrario di quanto da molti esperti è stato previsto e preannunciato in più occasioni nelle ultime settimane credo che anche in caso di vittoria chiara sul campo di americani e britannici non cesserà l'attuale periodo di incertezza nell'economia, anzi l'incertezza aumenterà progressivamente.

Da dove nasce questa previsione pessimistica?

Dal fatto che l'aspetto militare della guerra non è decisivo. Quando questo singolo episodio bellico sarà terminato la crisi geopolitica non avrà fine. Al contrario lo scenario della vittoria in guerra comporta una prospettiva nella quale le forze della coalizione resteranno in Iraq per un periodo non pre-definito, le tensioni in Medio Oriente con i Paesi confinanti aumenteranno in maniera considerevole e probabili atti di terrorismo avranno luogo in diversi Paesi. La fine delle attività militari porterà ad un periodo breve di stabilità, seguito subito dopo da maggiore incertezza geopolitica, non solo in Medio Oriente. Bisogna rendersene conto da subito.

Questo significa che l'economia americana è attesa da un nuovo periodo di recessione?

Rimarremo a livelli di attività economica bassi, come sono quelli attuali, anche se temo che potrebbe andare perfino peggio. In presenza di incertezza infatti chi può investire non lo fa e chi consuma lo fa meno del solito. Questa non è una novità. La guerra al terrorismo comporta incertezza. Difficile immaginare ad una ripresa dell'economia in questa condizioni, cambierà poco, o le cose potrebbero peggiorare. Meglio prepararsi a tale eventualità.

Come giudica la politica economica scelta dall'amministrazione Bush per affrontare il tempo di guerra?

La politica economica dell'amministrazione Bush si riassume in una definizione: è del tutto incoerente. Il pacchetto originale proposto nei giorni scorsi al Congresso è stato già rivisto. Non è chiaro cosa ne uscirà ora dalla revisione in atto. Il punto debole riguarda a mio avviso il taglio delle imposte ai cittadini: farlo è giusto ed opportuno a patto però che il programma economico nel suo complesso sia coerente. All'inizio degli anni Ottanta il nostro programma prevedeva la liberalizzazione e la deregulation dell'economia. Adesso invece di questa coerenza non c'è più traccia: tagliano le tasse ma aumenta la spesa pubblica e la regulation nell'economia. Un esempio viene dal settore della sicurezza: il costo delle nuove misure pesa sull'economia, ha un chiaro effetto frenante. A peggiore le cose c'è il fatto che il budget è fuori controllo. Vi sono però anche scelte di questa amministrazione repubblicana che mi sento di condividere, come ad esempio l'abolizione della doppia tassazione sui dividendi.

Come giudica l'andamento dei mercati in questi primi dieci giorni di guerra?

Il comportamento degli indici di Wall Street è legato direttamente all'andamento dei combattimenti sul terreno. Fluttua sulla base delle notizie che giungono dal fronte, non in riferimento ai fondamentali dell'economia degli Stati Uniti. Wall Street oggi è lo specchio della guerra non dell'economia reale. Si ritiene che quando la guerra finirà il dollaro si rafforzerà ed il mercato pure ma ora le cose non vanno troppo bene e così il dollaro si indebolisce ed il mercato va sull'altalena. Il vizio di questo comportamento è l'idea che a guerra finita tutto andrà meglio e si stabilizzerà in questo senso al punto da far sì che l'economia andrà incontro ad un nuovo periodo di boom. Mi pare semplicemente un'illusione. In realtà lo scenario sarà diverso perché la gente si renderà conto che il mondo sarà divenuto più instabile di prima. Saremo alle prese con il nuovo Medio Oriente, dove le incognite saranno assai più delle certezze. Cosa succederà in Siria o in Egitto? Il piano dell'amministrazione di riconfigurare l'intero Medio Oriente non è certo destinato a portare stabilità sui mercati.

This article originally appeared in La Stampa on March 29, 2003.

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